Basta un niente

In questi giorni mi sono interrogata, ma non è la prima volta, se sia davvero possibile bloccare alcune emozioni e vivere senza una parte di noi.
È una domanda che nasce innanzitutto dalla mia vita e dalle mie esperienze che si intrecciano poi inevitabilmente con quelle delle persone con cui condivido ogni giorno pratica Yoga, percorsi sul femminile, respiro, vita…

Da adolescente sensibile e insicura quale ero, avevo deciso che alcune emozioni non dovevo proprio viverle. Avevo scelto di rimanere in uno stato di presenza e allerta per attutire qualunque colpo ed evitare che la vita mi facesse cadere senza che io fossi preparata.
Che tenerezza, e che fatica!
Pensare che bastasse un po’ di allerta per evitare le cadute. E infatti di cadute ce ne sono state tante ma non me le sono mai concesse fino in fondo.Non mi sono mai data il permesso di attraversarle, viverle pienamente, sentire come sia naturale sbagliare, non essere perfetti, non piacere a tutti.Una parte di me le giudicava come degli errori e una parte di me cercava di risolvere e mettere subito una pezza.
Anche quando le cadute sono state un po’ più impegnative ho sempre “tenuto botta” reagendo con soluzioni pratiche, concrete, che in qualche modo mi aiutassero a sopravvivere, ad uscirne apparentemente illesa.
Ovviamente era tutta una mia proiezione. In realtà dentro soffrivo terribilmente.

Facevo tanti percorsi, Yoga, terapia eppure alcuni nodi si ripresentavano sempre e un po’ più stretti della volta precedente.
Ci sono voluti tanti anni per ammorbidire questa parte di me. Ammettere che potevo anche non avere energia, che potevo anche sostare per un po’ senza avere soluzioni. Riappropriarmi di emozioni profonde e vivere pienamente e liberamente, senza sensi di colpa, senza un giudice interiore che mi bacchettasse sempre sulle mani al minimo errore.
E ancora adesso continuo a lavorare per ammorbidire. Ci sono parti di me che ho giudicato così tanto, che ancora sono qui a convincerle che ora è diverso. Che ora possono respirare, possono mostrarsi per ciò che sono, le tengo al sicuro, le vedo, me ne prendo cura.

Vivere in questo modo, se da una parte mi ha permesso davvero, e me ne sono grata, di sopravvivere e continuare a vivere, in realtà dentro ha creato una grandissima fatica, uno sfinimento che una buona dormita di certo non basta a risolvere.
Ho pensato di poter vincere la vita, essere più forte delle cose che accadevano.Ho pensato che la forza fosse la giusta modalità e la debolezza, la fragilità, la vulnerabilità quelle sbagliate.

Quando blocchiamo qualcosa dentro di noi e ignoriamo un’emozione, una memoria, pensiamo di aver risolto il problema.
Ma la vita continua a procedere, e anche se non ce ne accorgiamo, procede con forza e tutti i paletti che abbiamo messo li toglie, li strappa, li sposta, li nasconde.

Quando blocchiamo qualcosa da una parte, ce la ritroviamo, sotto altre forme, da un’altra. È inevitabile.
Se ignoro un malessere oggi, non risolvo il problema perché prima o poi quel malessere, pur di essere visto, prenderà altre forme. Se mi rifiuto di attraversare e vivere un’emozione, bhe ce ne sarà un’altra che mi riporterà nel cuore.
Se irrigidisco i muscoli perché credo che così il corpo si difenda meglio, proverò solo una grande fatica e nessuna reale difesa.
Psicologia un po’ spiccia lo so, ma in fondo è quello che succede a tutti noi, nelle cose che viviamo ogni giorno.
Far finta di niente, ignorare, allontanare, evitare, rifiutare.

Ma il corpo tiene traccia, tiene memoria di ciò che lo ha attraversato. Ed è su questa memoria che forse possiamo iniziare a lavorare per alleggerire, portare spazio, rinnovare fiducia, volerci bene.
E voi mi direte: come faccio a gestire tutto questo? Sento che c’è qualcosa di enorme che spinge, preme, e ho paura che mi si rovesci tutto addosso seppellendomi.
Partendo sempre dalla mia esperienzacredo che i piccoli passi, quando possibile, siano una buona soluzione.

Mi viene davanti agli occhi l’immagine di una grande diga. Avete presente quelle che si trovano in montagna, alte una valanga di metri. Ecco, al di là della diga la nostra vita, la nostra energia, le nostre emozioni che scalpitano per scorrere libere, per manifestarsi in tutta la loro pienezza. E questa forza è così prorompente che inizia a crearsi qualche buchino, qualche fessura.
Noi con grande impegno iniziamo a bloccare un buchino con una mano. E poi un buchino lo tappiamo con un piede. Il prossimo buco è un po’ più grande e ci appoggiamo con tutto il sedere. Arriva un momento in cui la fatica è troppa e l’impresa impossibile. Lasciamo la presa e veniamo travolte.
Questa è la possibilità più catastrofica, ma forse anche la più frequente.
Arriva un giorno in cui tutta la nostra vita e tutte le scelte che abbiamo fatto fino a quel momento ci ritornano indietro come uno schiaffo. E ricostruire sarà un lavoro immenso, possibile, ma immenso.

Però abbiamo anche un’altra possibilità.Quando un buchino si apre, possiamo guardare l’acqua che scorre. Possiamo lasciarle spazio per muoversi, possiamo con cura togliere tutti quegli ostacoli che rischierebbero di frenare ancora il suo corso.
E così la vita riprende … naturalmente…
Perchè è così che deve avvenire.
Un giorno ci fermiamo ad ascoltare un po’ di più il nostro respiro. Un giorno possiamo goderci qualcosa di bello senza sensi di colpa. Un giorno possiamo dire quello che pensiamo senza mandar sempre giù parole e bocconi amari. Un giorno ci riposiamo. Un giorno decidiamo che andiamo a ballare con le amiche. Magari un giorno ci capita anche di innamoraci di nuovo.
E poi perché no, magari mi iscrivo a un corso di Yoga.

Passo dopo passo ci ritroviamo in contatto con il dolore, con la gioia. Impariamo a galleggiare, poi a nuotare.

E una cosa che consideriamo poco ma in tutto questo è di fondamentale importanza… non bastano determinazione e forza di volontà.
Spesso servono aiuti concreti.Avere vicino persone amiche e/o professionisti che ci aiutino a traghettare i nostri pesi interiori un passo più in là, verso la leggerezza, la comprensione, la conoscenza.
Fare tutto da sole, non sempre è la soluzione migliore!

“Uno si costruisce grandi storie, questo è il fatto, e può andare avanti a crederci, non importa quanto pazze sono, e inverosimili, se le porta addosso, e basta. Si è anche felici, di cose del genere. Felici. E potrebbe non finire mai. Poi, un giorno, succede che si rompe qualcosa, nel cuore del gran marchingegno fantastico, tac, senza nessuna ragione, si rompe d’improvviso e tu rimani lì, senza capire come mai tutta quella favolosa storia non ce l’hai più addosso, ma davanti, come fosse la follia di un altro, e quell’altro sei tu. Tac, alle volte basta un niente. Anche solo una domanda che affiora. Basta quello.

… Volevo dire che io la voglio, la vita, farei qualsiasi cosa per poterla avere, tutta quella che c’è, tanta da impazzirne, non importa, posso anche impazzire ma la vita quella non voglio perdermela, io la voglio, davvero, dovesse anche fare un male da morire è vivere che voglio. Ce la farò, vero? Vero che ce la farò?”

A. Baricco “Oceano mare”.

In questi giorni mi sono interrogata, ma non è la prima volta, se sia davvero possibile bloccare alcune emozioni e vivere senza una parte di noi.
È una domanda che nasce innanzitutto dalla mia vita e dalle mie esperienze che si intrecciano poi inevitabilmente con quelle delle persone con cui condivido ogni giorno pratica Yoga, percorsi sul femminile, respiro, vita…

Da adolescente sensibile e insicura quale ero, avevo deciso che alcune emozioni non dovevo proprio viverle. Avevo scelto di rimanere in uno stato di presenza e allerta per attutire qualunque colpo ed evitare che la vita mi facesse cadere senza che io fossi preparata.
Che tenerezza, e che fatica!
Pensare che bastasse un po’ di allerta per evitare le cadute. E infatti di cadute ce ne sono state tante ma non me le sono mai concesse fino in fondo.Non mi sono mai data il permesso di attraversarle, viverle pienamente, sentire come sia naturale sbagliare, non essere perfetti, non piacere a tutti.Una parte di me le giudicava come degli errori e una parte di me cercava di risolvere e mettere subito una pezza.
Anche quando le cadute sono state un po’ più impegnative ho sempre “tenuto botta” reagendo con soluzioni pratiche, concrete, che in qualche modo mi aiutassero a sopravvivere, ad uscirne apparentemente illesa.
Ovviamente era tutta una mia proiezione. In realtà dentro soffrivo terribilmente.

Facevo tanti percorsi, Yoga, terapia eppure alcuni nodi si ripresentavano sempre e un po’ più stretti della volta precedente.
Ci sono voluti tanti anni per ammorbidire questa parte di me. Ammettere che potevo anche non avere energia, che potevo anche sostare per un po’ senza avere soluzioni. Riappropriarmi di emozioni profonde e vivere pienamente e liberamente, senza sensi di colpa, senza un giudice interiore che mi bacchettasse sempre sulle mani al minimo errore.
E ancora adesso continuo a lavorare per ammorbidire. Ci sono parti di me che ho giudicato così tanto, che ancora sono qui a convincerle che ora è diverso. Che ora possono respirare, possono mostrarsi per ciò che sono, le tengo al sicuro, le vedo, me ne prendo cura.

Vivere in questo modo, se da una parte mi ha permesso davvero, e me ne sono grata, di sopravvivere e continuare a vivere, in realtà dentro ha creato una grandissima fatica, uno sfinimento che una buona dormita di certo non basta a risolvere.
Ho pensato di poter vincere la vita, essere più forte delle cose che accadevano.Ho pensato che la forza fosse la giusta modalità e la debolezza, la fragilità, la vulnerabilità quelle sbagliate.

Quando blocchiamo qualcosa dentro di noi e ignoriamo un’emozione, una memoria, pensiamo di aver risolto il problema.
Ma la vita continua a procedere, e anche se non ce ne accorgiamo, procede con forza e tutti i paletti che abbiamo messo li toglie, li strappa, li sposta, li nasconde.

Quando blocchiamo qualcosa da una parte, ce la ritroviamo, sotto altre forme, da un’altra. È inevitabile.
Se ignoro un malessere oggi, non risolvo il problema perché prima o poi quel malessere, pur di essere visto, prenderà altre forme. Se mi rifiuto di attraversare e vivere un’emozione, bhe ce ne sarà un’altra che mi riporterà nel cuore.
Se irrigidisco i muscoli perché credo che così il corpo si difenda meglio, proverò solo una grande fatica e nessuna reale difesa.
Psicologia un po’ spiccia lo so, ma in fondo è quello che succede a tutti noi, nelle cose che viviamo ogni giorno.
Far finta di niente, ignorare, allontanare, evitare, rifiutare.

Ma il corpo tiene traccia, tiene memoria di ciò che lo ha attraversato. Ed è su questa memoria che forse possiamo iniziare a lavorare per alleggerire, portare spazio, rinnovare fiducia, volerci bene.
E voi mi direte: come faccio a gestire tutto questo? Sento che c’è qualcosa di enorme che spinge, preme, e ho paura che mi si rovesci tutto addosso seppellendomi.
Partendo sempre dalla mia esperienzacredo che i piccoli passi, quando possibile, siano una buona soluzione.

Mi viene davanti agli occhi l’immagine di una grande diga. Avete presente quelle che si trovano in montagna, alte una valanga di metri. Ecco, al di là della diga la nostra vita, la nostra energia, le nostre emozioni che scalpitano per scorrere libere, per manifestarsi in tutta la loro pienezza. E questa forza è così prorompente che inizia a crearsi qualche buchino, qualche fessura.
Noi con grande impegno iniziamo a bloccare un buchino con una mano. E poi un buchino lo tappiamo con un piede. Il prossimo buco è un po’ più grande e ci appoggiamo con tutto il sedere. Arriva un momento in cui la fatica è troppa e l’impresa impossibile. Lasciamo la presa e veniamo travolte.
Questa è la possibilità più catastrofica, ma forse anche la più frequente.
Arriva un giorno in cui tutta la nostra vita e tutte le scelte che abbiamo fatto fino a quel momento ci ritornano indietro come uno schiaffo. E ricostruire sarà un lavoro immenso, possibile, ma immenso.

Però abbiamo anche un’altra possibilità.Quando un buchino si apre, possiamo guardare l’acqua che scorre. Possiamo lasciarle spazio per muoversi, possiamo con cura togliere tutti quegli ostacoli che rischierebbero di frenare ancora il suo corso.
E così la vita riprende … naturalmente…
Perchè è così che deve avvenire.
Un giorno ci fermiamo ad ascoltare un po’ di più il nostro respiro. Un giorno possiamo goderci qualcosa di bello senza sensi di colpa. Un giorno possiamo dire quello che pensiamo senza mandar sempre giù parole e bocconi amari. Un giorno ci riposiamo. Un giorno decidiamo che andiamo a ballare con le amiche. Magari un giorno ci capita anche di innamoraci di nuovo.
E poi perché no, magari mi iscrivo a un corso di Yoga.

Passo dopo passo ci ritroviamo in contatto con il dolore, con la gioia. Impariamo a galleggiare, poi a nuotare.

E una cosa che consideriamo poco ma in tutto questo è di fondamentale importanza… non bastano determinazione e forza di volontà.
Spesso servono aiuti concreti.Avere vicino persone amiche e/o professionisti che ci aiutino a traghettare i nostri pesi interiori un passo più in là, verso la leggerezza, la comprensione, la conoscenza.
Fare tutto da sole, non sempre è la soluzione migliore!

“Uno si costruisce grandi storie, questo è il fatto, e può andare avanti a crederci, non importa quanto pazze sono, e inverosimili, se le porta addosso, e basta. Si è anche felici, di cose del genere. Felici. E potrebbe non finire mai. Poi, un giorno, succede che si rompe qualcosa, nel cuore del gran marchingegno fantastico, tac, senza nessuna ragione, si rompe d’improvviso e tu rimani lì, senza capire come mai tutta quella favolosa storia non ce l’hai più addosso, ma davanti, come fosse la follia di un altro, e quell’altro sei tu. Tac, alle volte basta un niente. Anche solo una domanda che affiora. Basta quello.

… Volevo dire che io la voglio, la vita, farei qualsiasi cosa per poterla avere, tutta quella che c’è, tanta da impazzirne, non importa, posso anche impazzire ma la vita quella non voglio perdermela, io la voglio, davvero, dovesse anche fare un male da morire è vivere che voglio. Ce la farò, vero? Vero che ce la farò?”

A. Baricco “Oceano mare”.