La prima stanza

Scrivere e leggere sono due attività che amo profondamente.

Ricordo fin dalle scuole elementari gli infiniti viaggi in biblioteca per prendere libri. Avevo una bibliotecaria che osava e mi proponeva sempre qualche libro particolare, che immancabilmente mia mamma mi faceva riportare indietro perché, secondo lei, osava troppo.

Nonostante questo ho sempre letto tantissimo e andando avanti nel tempo, dalla biblioteca sono passata alle librerie perché amo comprare libri, tenerli con me, con tutte le sottolineature, i colori delle copertine, la data di fine lettura segnata sulla prima pagina.
Tanti libri portano ricordi, la memoria di un regalo, di una libreria particolare.

E assieme alla bellezza della lettura ho sempre trovato appassionante il significato delle parole. Quel combinarsi assieme di significati, quelle licenze poetiche che lì per lì sono sgrammaticate e di poco senso e invece, un senso ce l’hanno eccome.
Apprezzo una scrittura che osa, che va al di là delle regole e riesce a far emergere un senso nascosto, un senso viscerale della vita.

Un po’ come con il corpo.
Negli anni ho affiancato al senso delle parole, alla fluidità della scrittura, alla curiosità della lettura, una conoscenza sempre più profonda del corpo lasciando che diventasse lui stesso spazio da leggere, significato da incontrare, movimento da seguire.
Lasciare che il movimento racconti quel senso nascosto, viscerale della vita che abbiamo impresso in ogni cellula, in ogni muscolo, in ogni centimentro di pelle.
Ogni movimento, immobilità, respiro, caduta, camminata, ci raccontano chi siamo.
Si tratta di entrare in relazione con quel vocabolario fatto di palpiti, sensazioni, gorgoglii e sentire dove la vita scorre, dove inciampa, dove non si lascia libera.

Conoscere il nostro corpo è davvero come entrare in una stanza.
Aprire una porta piano, o spalancarla, guardare tutto attorno, togliere polvere, arieggiare, alleggerire. Incontrare il corpo è quell’occasione che abbiamo per leggere il senso dei nostri vissuti, delle esperienze che abbiamo attraversato. Attraverso la sua vitalità o la sua stanchezza, sentire viva l’urgenza di non sprecare la nostra vita. Abbracciarla tutta, annusarla e riconoscerla come nostra, disegnata dalle nostre mani, voluta nel profondo.

Vorrei che questi scritti, queste stanze virtuali, sale di lettura e sosta, e la stanza fisica che è il Centro Ahimsa, diventassero per tutte noi una grande casa dove sentirci protette e al contempo libere di osare, di sperimentarci, di assaggiarci nel profondo.

Siamo in tante a camminare su questa strada.
Facciamoci spazio in questo cerchio, mettiamoci comode e restiamo vicine.
Io propongo, ascolto, sostengo, in un percorso dove io stessa tento, cado, riprovo, conosco, vivo.

Siate le benvenute.
Un abbraccio, di cuore,
Elisabetta

Scrivere e leggere sono due attività che amo profondamente.

Ricordo fin dalle scuole elementari gli infiniti viaggi in biblioteca per prendere libri. Avevo una bibliotecaria che osava e mi proponeva sempre qualche libro particolare, che immancabilmente mia mamma mi faceva riportare indietro perché, secondo lei, osava troppo.

Nonostante questo ho sempre letto tantissimo e andando avanti nel tempo, dalla biblioteca sono passata alle librerie perché amo comprare libri, tenerli con me, con tutte le sottolineature, i colori delle copertine, la data di fine lettura segnata sulla prima pagina.
Tanti libri portano ricordi, la memoria di un regalo, di una libreria particolare.

E assieme alla bellezza della lettura ho sempre trovato appassionante il significato delle parole. Quel combinarsi assieme di significati, quelle licenze poetiche che lì per lì sono sgrammaticate e di poco senso e invece, un senso ce l’hanno eccome.
Apprezzo una scrittura che osa, che va al di là delle regole e riesce a far emergere un senso nascosto, un senso viscerale della vita.

Un po’ come con il corpo.
Negli anni ho affiancato al senso delle parole, alla fluidità della scrittura, alla curiosità della lettura, una conoscenza sempre più profonda del corpo lasciando che diventasse lui stesso spazio da leggere, significato da incontrare, movimento da seguire.
Lasciare che il movimento racconti quel senso nascosto, viscerale della vita che abbiamo impresso in ogni cellula, in ogni muscolo, in ogni centimentro di pelle.
Ogni movimento, immobilità, respiro, caduta, camminata, ci raccontano chi siamo.
Si tratta di entrare in relazione con quel vocabolario fatto di palpiti, sensazioni, gorgoglii e sentire dove la vita scorre, dove inciampa, dove non si lascia libera.

Conoscere il nostro corpo è davvero come entrare in una stanza.
Aprire una porta piano, o spalancarla, guardare tutto attorno, togliere polvere, arieggiare, alleggerire. Incontrare il corpo è quell’occasione che abbiamo per leggere il senso dei nostri vissuti, delle esperienze che abbiamo attraversato. Attraverso la sua vitalità o la sua stanchezza, sentire viva l’urgenza di non sprecare la nostra vita. Abbracciarla tutta, annusarla e riconoscerla come nostra, disegnata dalle nostre mani, voluta nel profondo.

Vorrei che questi scritti, queste stanze virtuali, sale di lettura e sosta, e la stanza fisica che è il Centro Ahimsa, diventassero per tutte noi una grande casa dove sentirci protette e al contempo libere di osare, di sperimentarci, di assaggiarci nel profondo.

Siamo in tante a camminare su questa strada.
Facciamoci spazio in questo cerchio, mettiamoci comode e restiamo vicine.
Io propongo, ascolto, sostengo, in un percorso dove io stessa tento, cado, riprovo, conosco, vivo.

Siate le benvenute.
Un abbraccio, di cuore,
Elisabetta